Lugo di Vicenza (VI)

La rossa luce nel pozzo

27/11/2016

La contesa del potere, primaria urgenza delle famiglie aristocratiche dell’epoca, non prendeva alcuna moralità né si mitigava di fronte a chiari legami di sangue: anzi, l’ansiosa preoccupazione di venire traditi proprio da chi stava accanto offuscava la mente corrotta ed armava le mani. Anche alcune tenebrose figure femminili portarono dunque con sé leggende e racconti e si prestano ancora oggi a dicerie per i loro malcostumi se non addirittura per presunti crimini preparati a mariti e figli. Una nobile casata quella dei Conti Godi, tra le più ragguardevoli di Vicenza che, a distanza di secoli, nasconde perciò molti antichi segreti in gran parte ancora celati...

Organizzatore: Pro Loco Lugo di Vicenza

Collaborano: Comune di Lugo di Vicenza; Compagnia Teatrale “la Zonta”; Compagnia “Teatroinsieme”; Compagnia danza “Lucy Briaschi”.

 

 

 

 

Rappresentazione teatrale, itinerari guidati, musica

 

Villa Godi-Malinverni - via Palladio, 44 - Lugo di Vicenza

 

ore 17.30 Accoglienza con brindisi di benvenuto, figuranti in costume con gazebo e torce che illuminano l’intrattenimento. E’ prevista per le serate una suggestiva illuminazione colorata dell’esterno della Villa.

ore 18.00 Nelle stanze affrescate della palladiana Villa Godi Maliverni, la rievocazione dell’atmosfera di luci ed ombre del XVII secolo, introduce gli ospiti, attraverso l’esibizione di ballerine e di voci narranti con sottofondo musicale, ad un suggestivo spettacolo in costumi d’epoca nel salone principale della villa, costituito dalla lettura e dalla messa in scena di testi teatrali e di musica dal vivo.
 

Biglietto Ingresso € 10,00

 

Per informazioni:

Pro Loco Lugo

tel. 3335757307 Sig. Carollo Venicio

Telefono/telefax: 0445 861655

e-mail: prolugo@tiscali.it

 

Tra le molte famiglie signorili che nel corso dei secoli scorsi governarono ed amministrarono il territorio della pedemontana vicentina, si distinse in particolar modo la celebre casata dei conti Godi, tra le più ragguardevoli di Vicenza.
Si trattava, stando alle descrizioni dei contemporanei e degli storici, di una discendenza molto stimata per la sua antichità, per la nobiltà del suo sangue, per la scienza nel giurecivile e per la gran ricchezza che possedeva, un’aristocrazia alla quale apparteneva una gran quantità di uomini illustri. Allo stesso modo, la famiglia Godi si insediava nella realtà del tempo vivendo in splendidi palazzi, così come in luminose ville magnificamente ornate, tra cui l’opera prima dell’allora giovane genio architettonico Andre Palladio dislocata nel colle di Lonedo (1542).
Accanto ad abili oratori, amanti delle arti ed esponenti delle belle lettere del generosissimo e splendido animo, alcuni membri si distinsero specialmente per essere stati ripetutamente accusati di diversi omicidi, assassini ed altre orribili gesta, frutto di numerose rivalità tra distinte casate che spesso di contendevano il potere e che mal si sposavano l’una con l’altra.
In particolare, per quel che riguardava la famiglia Godi, da tempo si narrano le vicende di un oscuro personaggio, tale Maurizio Godi, nato nel 1655 e morto assassinato a Trento nel maggio del 1699. La fama di tiranno che l’accompagna ed il racconto di molte atrocità da lui commesse fanno sì che il suo nome, a distanza di secoli, desti ancora raccapriccio e terrore.
Tra i molti esecrabili fatti (non tutti in realtà provati), si narra soprattutto di come “egli, volendo vendicarsi di due individui che l’avevano offeso,.. li fè prendere dai suoi bravi e condotti in cantina li fè morire soffocati dal vino, e ancora: fatti prendere le più belle donzelle del paese le fè spogliare e danzare ignude, e dopo sfogata la sua infame libidine, le rimandò a casa”.
Provata, invece, è la sentenza datata 13 ottobre 1696 con la quale fu condannato a sei mesi di prigione. L’animo perfido e malvagio di Maurizio Godi non riuscì tuttavia ad essere temperato, se è vero che in carcere corruppe il custode e fuggì riparando in Sarmego, dove continuò la sua vita di disordine.
Pare altresì che il nobiluomo , “… con percosse ed altre violenze ridusse a mal partito una sua giovane cameriera, la quale cacciata di casa rimase parecchio giorni senza cure ed assistenza anche dopo giunta in città, perché intimoriti dalla fiera natura dell’inquisito Conte Godi, non ardirono i chirurghi d’andarsene a medicarla”.
Con proclama del 3 ottobre 1698 dei Rettori di Vicenza, il conte Marzio Godi e Francesco Della Vitta, custode dei carceri, furono chiamati a discolparsi dal processo indetto contro di loro.
Nel frattempo, tuttavia, il conte Marzio si rifugiò a Trento dove morì assassinato da un proprio figlio naturale.
Una delle leggendarie, ripetute imprese attribuite a Marzio Godi appare legata alla supposta presenza di un pozzo all’interno del complessivo di Villa Godi Malinverni (oggi non più presente, anche se da qualcuno individuato nella vera da pozzo retrostante la villa), utilizzato dal conte e dai suoi “bravi” per rinchiudere e torturare le fanciulle dopo aver approfittato di loro, i nemici o chiunque avesse l’ardire di opporsi alle sue ambizioni e volontà. Sembra inoltre che il fondo della buca fosse dotato di alcune lame affilate che squartavano i corpi dei prigionieri e , quando non li uccidevano, procuravano delle atroci ferite che portavano alla morte in breve tempo. Muovendosi al pianterreno della villa , in ambienti prossimi all’originario cucinone cinquecentesco, si ha l’infelice impressione che in alcuni punti il terreno sottostante sia davver vuoto e nasconda in realtà altri spazi occulti, scenari di inenarrabili torture e misfatti. Al piano nobile, tabelle monocrome con immagini di satiri che inseguono fanciulle nella loggia, telamoni, prigioni e nobilicon paggi che illusoriamente sembrano avanzare nelle sale affrescate richiamano atosfere lugubri ed il clima, a quel tempo, di incerta serenità e pace.  Il popolo li temeva, le altre casate a volte li assecondavano per evitare violenti scontri ed inevitabili tragici strascichi mentre, pian piano, attorno alle loro gesta maturava un’atmosfera di terrore e di funesta memoria che li avrebbe marchiati nei secoli. L’isolamento della dimora, al sommo del colle di Lonedo attorniata da “broli” e dalle capsule dei servitori e dei gastaldi, poteva nascondere benissimo nel silenzio le urla, le minacce e le vendette che si consumavano e che riecheggiano tra grandiosi giardini con alberi secolari e statue il cui sguardo diretto verso la villa sembra quasi non esser ancora in grado, a distanza di secoli, di volgersi oggi seneramente verso lo splendido paesaggio della pedemontana vicentina.
La tragica rievocazione di Marzio Godi fa eco alla malvagità di altri temibili esponenti della casata: se da una parte alcuni membri destarono ammirazione per i nobilissimi sentimenti, la loro magnanimità e bontà d’animo pur nel loro pomposo vivere in villa (“…gratamente e con molta carità ai molti poveri facevan elemosina…”), dall’altra molti altri si macchiarono spesso di crimini e delitti.
Il Conte Godi venne infatti bandito con sentenza del 23 luglio 1578 per aver ucciso (probabilmente per interessi fondiari) Fabio Piovene: i suoi beni furono confiscati e dati in feudo alla famiglia rivale (Villa Piovene-Porto-Godi, situata pochi metri al di sopra nel colle di Lonedo, di chiara ispirazione palladiana) e la sua casa a Vicenza fu addirittura rasa al suolo (nel 1770 riedificata con un’iscrizione che evoca il “Micidiale Orazio Godi”)!
La contesa del potere, primaria urgenza delle famiglie aristocratiche dell’epoca, non prendeva alcuna moralità né si mitigava di fronte a chiari legami di sangue: anzi, l’ansiosa preoccupazione di venire traditi proprio da chi stava accanto offuscava la mente corrotto ed armava le mani.