Mel (BL)

Due Crociati da Zumelle

01/11/2016

Siamo in un periodo oscuro il Medioevo ….dopo l’anno Mille ....

fatti di mistero accadono in quel di Mel.  Storie e leggende aleggiano intorno a due personaggi affascinanti, due milites: Piero e Ruperto da Zumelle che, agli ordini  del Capitano di ventura  Giovanni da Vidor e il suo piccolo esercito, partecipano nel 1096 alla Prima Crociata in terra santa.

I due crociati da Zumelle dopo sanguinose battaglie contro gli infedeli ritornano vittoriosi dalla Terra Santa a Zumelle e, grazie alle loro eroiche gesta, sono elevati a cavalier dal signore di Zumelle….

La realtà e la leggenda si intrecciano  inesorabilmente nelle figure di questi due soldati nel territorio di Mel .

Organizzatore:   Pro Loco Zumellese di Mel

in collaborazione con: Comune di Mel, Giorgio Dell'Osta Uzel, Assocaizione Culturale Artestoria Conegliano, Associazione Sestiere Castellare 

Ore - 20.00 ritrovo sotto il loggiato municipale in Piazza Papa Luciani a Mel 

serata di racconto, percorso guidato e spettacolo a cura dell'attore zumellese Giorgio Dell'Osta Uzel.
L'evento seguirà un percorso per le viuzze del paese illuminate con torce che dalla piazza porterà ad un luogo affascinante quanto sinistro denominato " GIAZZERA" ( vecchia ghiacciaia dei ricchi del paese) immerso in un fitto bosco.
Qui avrà luogo la parte principale dello spettacolo con la narrazione della leggenda.

Organizzazione : PRO LOCO ZUMELLESE
Per informazioni: 
prolocozumellese@sinistrapiave.it

www.sinistrapiave.it

Curiosità

La SMARA

Anche oggi,in alcune parti del nostro terittorio, si usa l’espressione “Aver la Smara….

Ma secondo i nostri antenati la Smara o Smarada era una strega o fattucchiera cattiva che, facendosi piccina,piccina, penetrava nelle case attraverso la toppa delle serrature o le fessure delle porte,andando ad accovacciarsi sul petto di chi stava dormendo,allora ridiventava grande e col suo straordinario peso schiacciava e opprimeva il malcapitato.

Per mandarla via  vi erano due modi: il primo, mettendo un fagiolo nella pilela o piletta dell’acqua santa accanto al letto … quando la Smara entrava, più il fagiolo si gonfiava e più si gonfiava il ventre della strega,costringendola a pregare il suo paziente di togliere il fagiolo dall’acquasantiera , egli allora ricattava la Smara, obbligandola a entrare in chiesa , ma “in drio kul”…cioè retrocedendo , essendo fattucchiera e quindi non meritevole di entrare in un luogo sacro…

Il secondo sistema era quello di tenere nella stanza da letto una bottiglia o una zucca da vino ben tappata. Quando la Smara entrava di nascosto, appena vedeva la bottiglia , sentiva un bisogno irresistibile di orinare e correva ad aprirla per servirsene , producendo però dei rumori , e così, scoperta, veniva cacciata.

Sempre per non avere incubi durante la notte e per tenere lontana la strega, il sofferente alla sera doveva canticchiare:

“Smara, smarada va per  boschi e per valada,

conta quante reste che ha el lin,

quante ponte che ha i spin,

quanti sass che ha le grave,

quanti ciodi che ha la nave,

e quante strade ha el Signor Idio

in prima de vegner sul leto mio”

La Kaza selvarega

Una delle leggende maggiormente diffuse fra le popolazioni della Valbelluna era quella che narrava di una caccia fantastica che molti vecchi raccontavano di aver veduto o sentito almeno una volta nella loro vita.

Nel nostro territorio il teatro principale di questa diabolica caccia era lungo la “Val del Diaol”, o la “Val de Bot” o la “Val Pisador” oppure sulle cime di Costacurta e Salvedela o anche lungo i pianori di Zelant, Bardiaga, Castron e Boz.

I nostri poveri contadini che vivevano con le mandrie in squallide kasere, raccontavano che quelli valli, quelle cime e quei declivi erano abitati da streghe e da spiriti maligni, che formavano le schiere dei partecipanti alla “kaza selvarega”, insieme alle anime di quei cacciatori che da vivi non avevano adempiuto scrupolosamente ai loro doveri religiosi, trascurandoli per la passione della caccia.

Queste anime, condannate ad assumere nuovamente sembianze umane, durante il periodo della caccia erano costrette a vagare di monte in monte e di valle in valle seguite da frotte di cani neri, dentro ai quali  vi erano spiriti umani, che abbaiavano rabbiosamente  e che trascinavano con rumore assordante barattoli, secchi vecchi, lamiere e vasi; in mezzo a tanto frastuono si udivano urla strazianti di dannati, nitriti di cavalli e ululati di animali. Ed è per tale motivo che soprattutto le ragazze e i piccini avevano il terrore di uscire dai loro abituri, specialmente di sera o di notte allorchè soffiava il vento, temendo di incontrare la “kaza” spaventosa.

Si narra che un contadino della montagna di Carve, una notte, per rendersi conto dell’orribile frastuono, uscì dal suo casolare e vide una muta di cani, alcuni dei quali tenevano in bocca brandelli di carne. Egli allora si mise a gridare “Lasseme anka a mi an tok de karne da meter in teca”. I cani lasciarono alcuni pezzi, ma quando il buon contadino li raccattò da terra si accorse che si trattava dei resti insanguinati di un braccio umano. Al mattino, di buon ora, egli si recò dal prete, raccontò l’accaduto e mostrò l’orrendo pezzo raccolto. Il prete consigliò quell’uomo di aspettare la notte seguente e di gridare, allorchè i cani fossero ripassati presso la sua kasera..”In nome del Sinor, ciapeve sta karne e mi pregarò par vu”. Così fece il contadino, i cani ripresero il braccio, e ululando, sparirono nella notte fonda.

Qualcuno raccontava anche che una delle anime dannate era quella di un non meglio precisato marchese Fulcis, già ricco proprietario di terre in questo Contado e cacciatore fanatico, che trascorse una bella vita e che , non avendo trovato pace nel mondo di là, di quando in quando ritornava di qua a importunare la gente con quella sarabanda infernale.

Il Marchese aveva trascorso la vita in mezzo  a lusso e  divertimento, dando la caccia non solo agli animali selvatici, ma anche alle floride contadinelle.

Alcune di queste avevano dovuto subire la sua prepotente focosità e i loro amorosi avevano giurato di vendicarne l’onore. Come finì il marchese? Si narrava che un giorno, avvistato un capriolo, egli si diede a inseguirlo prima a cavallo e poi, al termine del sentiero, a piedi, arrampicandosi per ripide pareti e orridi burroni.

 Ad un certo punto il capriolo si fermò sopra una stretta sporgenza, apparentemente incapace di proseguire oltre; allora il nobile Fulcis, il viso deformato da un sorriso diabolico, accelerò l’andatura per far sua quella preda, ma la corsa gli fu fatale perché perse l’equilibrio e cadde in un baratro profondo, morendo sfracellato. Da quel giorno il perfido marchese, anima dell’inferno, fu condannato a inseguire quel capriolo inafferrabile con una muta di cani ululanti come lupi.

Questa fu la punizione inflittagli per aver trascorso una vita peccaminosa; quali colpe avessero da scontare i poveri contadini e montanari  del Contado di Mel, costretti a trascorrere varie nottate in bianco  a causa della “kaza selvarega”, la storia leggendaria non lo dice.