Sospirolo (BL)

Leggende a cena

18/11/2016

Racconti e Leggende delle terre sospirolesi

Le terre bellunesi sono ricche di leggende che narrano di luoghi misteriosi, personaggi stravaganti fatti inrisolti.

Scoprili con noi  a cena presso Ristorante Pizzeria Rosolin - loc. Rosolin, 252/a tel. 0437/89321. 

www.ristoranterosolin.com

info@ristoranterosolin.con

organiizzatore: Pro Loco Monti del Sole

In collaborazione con Ristorante Pizzeria Rosolin

 

 

 

 

Cena su prenotazione ore 20.00

Menù:

Prosciutto di Cervo con stufato di radicchio al miele e cipolla di Tropea

Sbiraglia con le quaglie e formaggio stravecchio

Knodel di zucca con pancetta, salsa alle ortiche e dadolata di salame do selvaggina

Bocconcini di Capriolo ai mirtilli

Medaglione di cinghiale al marsala e uva

Assaggio di formaggio Cornia con salsa di pere o miele

Dolce allo yogurt con salsa ai frutti di bosco

Vino, acqua e caffè

€ 30,00 per persona

RISTORANTE PIZZERIA ROSOLIN – loc. Rosolin, 252/a tel. 0437 89321 – e-mail: info@ristoranterosolin.com - http://ristoranterosolin.com/
Per informazioni e prenotazioni :  cell. 320 3342082

proloco@sospirolo.net

 

L’istoria di un santo senza nome

TRA Mis e Mas, ad occidente di Belluno, in vista delle Dolomiti e del Pizzocco si distendono per qualche chilometro vere colline di rupi e di massi isolati, gli uni addossati agli altri, alla rinfusa, come un poderoso sbarramento, improvvisato da un popolo di giganti. Quel colossale, disordinato e impressionante ammasso di milioni e milioni di roccie e sassi, disteso ad ondate ciclopiche attraverso la valle, viene chiamato colà: le rovine o masiere di Vedana, il monte che chiude la valle.

Chi potrebbe avventurarsi di notte in quell’informe labirinto di pietre, che sembrano ancora tutte lì, per aria, sospese per un filo, in procinto di cadere? Chi volle fare il bravo e provare, dice e giura di aver sentito uscire, di tra i massi, singulti e gemiti e ululi come di gente che soffoca; dice e giura di aver visto sentito uscire, di tra i massi, singulti e gemiti e ululi umani, come di gente che soffoca, che implora ed impreca; dice e giura di aver visto, al chiaror della luna, teschi e braccia e gambe ischeletrite agitarsi nelle fessure, orrendamente. Se non morì di spavento, in mezzo a quella petraia, che ricorda gli orrori d’una bolgia infernale, cui non manchino “nuovi tormenti e nuovi tormentati” fu soltanto per aver trovato a tempo la capanna della vecchia, nel recinto della quale si torna “a rieveder le stelle” ed a godere di una pace e d’un silenzio, quali invano si cercherebbero e si troverebbero altrove sulla terra.

La capanna della vecchia s’eleva infatti nel mezzo delle rovine, sopra l’unico verdeggiante dosso d’una collinetta piccola e breve. Tutt’intorno un mare sconvolto di sassi; ma su quei quattro palmi di radura rettangolare non trovereste un sasso isolato a scavarlo col piccone. Sola, nel centro, fiancheggiata da tre antichissimi abeti, gli unici, s’eleva la così detta capanna della vecchia o delle masiere; ma, al giorno d’oggi, di capanna non c’è che il nome, perché (ed è un peccato) non ha più tetto, e di essa non restano che i quattro muri, sgretolati e cadenti.

Peccato, ho detto: io ne farei, se potessi, una cappellina alpestre, e sopra l’altare dipingerei una pala, con una vecchietta inginocchiata davanti… davanti a chi? Qui è il difficile, perché la storia, che inventa tante belle cose… e brutte, non ci sa dire questo importantissimo particolare.

Perché quella capanna miracolosa ha la sua storia ed, ecco qui, come me la raccontò la più vecchia nonna, che abiti in quei dintorni.

Da Mis a Mas, su di un piano lievemente inclinato verso il Piave, si stendeva una volta la più superba e ricca città dei discendenti di Antenore, il compagno di Enea.

Quando San Prosdocimo, inviato da San Pietro, venne quassù ad evangelizzare le genti, trovò buone accoglienze da per tutto, a Padova, a Vicenza, a Treviso, a Feltre, perché noi qui siam gente ospitale e quando si può fare un piacere si vorrebbe farne due (l’avete visto durante la guerra!). Ma allorché il Santo tentò di entrare anche in questa città di pagani epicurei, nonostante quivi fosse giunta anche la fama dei suoi strepitosi miracoli, non solo non vi fu persona che lo volesse ospitare ed ascoltare, ma ne fu scacciato come un cane. Uscendo dalla porta della città si imbatté in una fanciulla cieca, che vi domandava l’elemosina. E, non avendo egli né oro né argento, s’accontentò di posarle una mano sul capo dicendole:

- In nome di Nostro Signor Gesù Cristo, apri gli occhi e vedi!

La fanciulla aprì gli occhi e vide. E volle accompagnare il santo vecchio che si dirigeva verso Belluno. Strada facendo, il Santo istruì nella dottrina cristiana la sua piccola guida e quando fu sulle rive del Cordevole la battezzò.

- Va’! - le disse allora,- - Torna pure nella tua indemoniata città. Ma conserva come il più sacro tesoro la fede di Cristo per te e per tutti i tuoi discendenti.

La fanciulla, felice e riconoscente, non dimenticò mai le parole del Santo.

Più tardi, non trovando un solo cristiano fra i suoi concittadini, si scelse uno sposo da Feltre, convertito anche lui dal nostro santo apostolo, e visse beata con lui nella sua vecchia casa, nel centro della città pagana, fino a tarda vecchiaia, vedendo i figli dei suoi figli cristiani, fino alla terza e alla quarta generazione.

Passarono i secoli. Attila, i vandali e i goti distrussero tante nostre città, ma questa – chi sa per quale disposizione del Cielo - fu sempre risparmiata. Era ben fortificata; i suoi abitanti eran ricchi; ma di cristiani non c’eran che i nipoti della cieca.

E venne un tempo, nel più oscuro medio evo, in cui anche la discendenza della cieca stava per spegnersi, e la città restava più pagana che mai.

Gli abitanti, immersi nei più orrendi vizi, eran diventati sospettosi e crudeli. Circondati come erano da villaggi e castelli interamente cristiani, non volevano avere rapporti con nessun forestiere, e se qualcuno osava talora penetrare dalle porte della città, non veniva trattato con maggior cortesia del santo apostolo Prosdocimo.

Or avvenne che, nella festa della Santa Epifania dell’anno 1114, un vecchio, con una gran barba bianca ed un bastone in mano, poté entrare inosservato in città. I cittadini, e parevan tutti briachi e folli, celebravano con orgie orrende gli ultimi riti di non so quali loro feste a divinità pagane.

E il vecchio pellegrino passò invano, di via in via e di porta in porta, chiedendo per carità un boccon di pane e un sorso d’acqua. Neppur le donne ebbero pietà di lui e i monelli furono tanto insolenti da rubargli bisaccia e bastone e da farlo bersaglio dei loro lazzi e di ogni immondizia.

Il vecchio, senza reagire, girava quei suoi occhi chiari, piccoli, fondi e lucidi, con quello sguardo vuoto e sognante, che hanno coloro che sono abituati a veder le cose più lontane e quelle della vita più intima, quasi vivessero in un altro mondo, più spirituale e sereno. E ogni tanto alzava una mano tremante per asciugarsi nelle profonde occhiaie una lagrima.

Malconcio e sfinito così, da aspettarsi di vederlo cadere a terra morente, lo trovò una povera donna, vecchia anch’essa, modestamente vestita, con l’unico ornamento di due pupille serene e lucenti. Lo prese per un braccio delicatamente, lo ripulì, lo sorresse e pian piano se lo trascinò fino alla sua casina, sperduta, tra palazzi e templi, in un vicolo del centro della città.

- Entrate, buon uomo, venite pure da me, con cuor tranquillo. E’ piccola la mia casetta, ma per noi c’è sempre posto. C’è poco o nulla in dispensa, ma quel poco è vostro. Con tutto il cuore!

Il vecchio la guardava, e pareva le leggesse nell’anima; sorrideva, ma non avea forza ancora per dire un “grazie”; alzava la destra, tremando, e sembrava facesse un gesto, come per benedire.

-Ecco un seggiolone, pover’uomo. Mettetevi qui. Vicino al fuoco. Ed eccovi anche il mio pane. E’ un po’ duro, ma è tutto quello che ho.

- E voi? - chiese con un fil di voce il vecchio.

- Io? Ma io faccio anche senza, stasera. Quando c’è un po’ di latte per il mio piccolo, basta.

- Un piccolo? Vostro nipote?

- Si, è già a letto, di sopra. L’unico rampollo della mia vecchia casa. Io, con un piè sulla tomba, e il nipote di mio figlio, un piccolino di due anni.  Tutti gli altri morti… Tutti! anche sua madre, un mese fa.

- Poveretta!

- Ma su, via! Mangiate buon uomo. Senza riguardo. Lo so: il pane è duro … Oh, se potessi offrirvi un bicchier di vino da inzupparlo! Ma son anni che quella botticina è vuota.

- Siete sicura, buona donna?

- Oh, pur troppo!

- Eppure … Volete provare?

- Per accontentarvi - disse la vecchia sorridendo. - E’ presto fatto! - aggiunse poi, togliendo senza precauzione lo zipolo della botte.

Ma un improvviso zampillo di vin rosso, redolente, le fece lanciare un grido e fare un salto indietro.

Corse con un’anfora e in un attimo la riempì.

- Vino ! vino ! – gridò ancora, fuori di sé dallo stupore, l’arzilla vecchietta. – La botte ha dato vino.

- E cos’altro dovrebbe dare una botte? – disse con la più gran calma il forestiere.

- Ma se era secca da anni!

- E non avete sentito dire che, alle volte, chi sa perché ? accadono dei miracoli?

- Oh se è vero! ma non dentro le mura di questa città.

- Prese una scodella di vino anche per sé, ne bevve un buon sorso, e poi ricominciò di buona voglia: - Voi non siete di qui, e non potete sapere. Vi dirò io delle cose meravigliose.

- E raccontò, con lusso di particolari, tutta la storia del miracolo della cieca, compiuto da San Prosdocimo, tutta, fino a quel giorno. - Quel bambino lassù – concluse – se vivrà dopo di me, sarà l’ultimo cristiano di questa povera città.

- E chi lo sa? – aggiunse in tono indifferente, vincendo l’intensa commozione, il vecchio. - Dio lo sa!

La donna non comprese il valore di queste parole, ma di una cosa ormai si sentiva sicura: che anche il vecchio era un buon cristiano, che i segni che faceva erano proprio segni di croce, che forse era un santo … se anche lui faceva miracoli. Ma non osò domandarglielo.

Gli offrì invece da dormire, in un lettuccio, posto lì, in un angolo della cucina, al caldo.

- E’ il mio – disse. – E’ di bucato…

- E voi allora?

- Dopo la morte della mamma son passata di sopra io, per vigilare il bambino. Quello rimane libero, per voi!

- Allora… Buona notte! E grazie!

- Buona notte! – Fece due gradini e poi, mettendo ancora la testa in cucina:

- E non v’allarmate – aggiunse – se forse sentirete piangere il piccolo. Dormite pure in pace, che sarete ben stanco, pover’uomo! Non c’è che Domineddio che non si stanca mai…

- E chi lo sa? – disse una seconda volta il vecchio – Dei peccati della gente pare che, talora, si stanchi anche Lui…

- Oh lo so… !.Sodoma e Gomorra…

- Ben, buona notte! E se sentirete strepito, fosse anche come un terremoto, non ci badate. Sia lodato Gesù Cristo!

- Sempre! – rispose la vecchietta; e, salendo la scala, concluse tra sé: - oh, non mi ingannavo! E proprio un buon cristiano… Ma chi sia?

Sul far dell’alba il bambino si sveglia, piange, desta la nonna e non c’è verso di quietarlo.

Dopo due minuti, un vento impetuoso, accompagnato da un boato che pareva salisse dall’inferno, scosse la povera casa. E tosto la vecchietta, stringendosi al seno il piccolo, sentì uno scroscio orrendo, assordante, violento, come se crollasse il mondo intero. Tutta la casetta ballava; non posava più per terra; era come una barca in balia delle onde immani di un oceano in gran tempesta.

Gesù!Maria! Giuseppe! – gridava la povera donna. – E’ la fine del mondo! Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia!

Un silenzio sepolcrale coprì come una coltre funebre, la catastrofe spaventosa. E la casetta era ancora in piedi, intatta, come prima. Scese la donna, e guardò: Dio mio! il vecchio non c’era più. Il letto non era stato toccato. Cerca. Nessuno! Sparito! Come il fumo. E finestre non v’erano. E la porta, chiusa a spranga, ancora, per di dentro. Un altro prodigio?

Aprì, si sporse a guardare: il giardinetto davanti era tutto verde, senza traccia di neve, con i fiori freschi, appena sbocciati. Sui tre giovani abeti, di fianco, cinguettavano a centinaia gli uccelli di primavera. Ma, di là, quale nuovo, orrido spettacolo, mio Dio! Si ritrasse con un urlo pieno d’angoscia.

Della città non c’era più traccia, non una casa, non un muro! Il terremoto? L’aveva predetto quel santo vecchio. Peggio ancora! Due monti, il Vedana da destra e il Peron da sinistra, si sfasciarono e precipitarono a valle, seppellendo completamente l’infame città, con tutti i suoi abitanti. Salva, per miracolo, unica e sola tra le rovine: la capanna della vecchia ospitale, la capanna delle masiere!

Voi, che leggete sui libri, – aggiunse infine la mia brava nonna – voi sapete che queste non sono storie: il gran terremoto del 7 gennaio 1114 non l’invento io, e le frane dei due monti, guardatele là.

- E la vecchietta della capanna?

- La vecchietta, salva per miracolo, in premio della sua fede e della sua carità, visse altri cent’anni nella sua ospitale capanna, benedetta da Dio e dagli uomini. E quando fu la sua ora se n’andò in paradiso.

- E il suo piccolo nipotino?

- Ah, non sapete? Proprio sotto il Vedana restò salvo, non si sa come, un bel pianoro verde, circondato da un fresco bosco d’abeti, e lì vicino s’aprì quella volta, un laghetto che è tutto uno smeraldo. In quel silenzioso recesso, l’ultimo e unico superstite di quella città (di cui fu distrutto perfino il nome) eresse una Certosa con la regola di S. Brunone; e nel 1155 vi si ritirò per sempre con pochi compagni.

- L’ho vista: un angolo di paradiso.

- Davvero! E son le preghiere di quei santi monaci, credete! che adesso ci salvano dai castighi di Dio.

- E la capanna della vecchia? Perché voi del luogo, non ne fate una cappellina? Io vi regalo la pala: una bella vecchietta inginocchiata in cucina. Da una parte la botte e dall’altra il focolare. In mezzo il santo vecchio… Come si chiamava?

Ma la mia domanda restò senza risposta.

E il mio desiderio… un augurio.

Racconto tratto da: Leggende fiorite sulle orme dei Santi (2^ serie)

Giuseppe Stocchiero  Vicenza, Luigi Favero, 1925. - 253 p. ill ; 8.5x15 cm